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Posts Tagged ‘non-fiction’

O almeno ne è sicuro John Brockman “intellectual impresario” ed editor a Edge . Per più di 10 anni brockman ha chiesto a grandi pensatori di rispondere a una domanda all’anno.

ogni domanda doveva illuminare un aspetto particolare della nostra comprensione del mondo e del suo funzionamento.

La domanda del 2011 era:

“What scientific concept will improve everybody’s cognitive toolkit?”

“Che concetto scientifico migliorerà strumenti cognitivi di ciascuno?”

la risposta è racchiusa in This Will Make You Smarter: New Scientific Concepts to Improve Your Thinking, antologia composta dalle risposta di 150  “biggest thinkers”, grandi pensatori: neuroscientisti, antropologi, biologi, spicologi, nobel come  Daniel Kahneman, fisici teorici, wrongologist (?!) ecc ecc ecc ecc.

uno dei più intriganti? Kevin Kelly (KEVIN KELLY, Editor-At-Large, Wired; Author, What Technology Wants) parla di come non bisogna avere paura dei fallimenti. Penso che il suo pezzo, The Virtues of nnegative Results, dovrei imparare a declamarlo, anche all’incontrario.

e la domanda del 2012???

WHAT IS YOUR FAVORITE DEEP, ELEGANT, OR BEAUTIFUL EXPLANATION?

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Una parata di 200 copertine, una di fianco all’altra, per annunciare un “very big deal” come è scritto nell’articolo che presenta il numero 200 della Paris Review

The Paris Review, 200 uscite piene di fiction racconti,  poesie, lettere e un archivio di interviste, iniziate negli anni ‘5o, da far venire i brividi. – le mie preferite? Italo Calvino e Alice Munro, ma me ne mancano ancora MOLTE da leggere….

in attesa del prossimo grande numero.

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sì, lo so, è un po’ che non ci si vede…

no, lo so, non ho scusanti…

ma oggi segnale una cosa raccapricciante. c’è un fenomeno che corrode la società e i valori e danneggia la società nel profondo. e che domani sarà sui giornali, presumo.

un fenomeno che disgraziatamente causa nell’utente una gratificazione immediata e perciò più superficiale, la facilità dell’io-lo-voglio-e-ce.l’ho-con-un-click. che è fatto su un supporto ineffabile e perciò corrodibile…

no, non sono impazzita ma praticamente riporto i titoli dei giornali riguardo a una dichiarazione di Jonathan Franzen, l’autore di Le Correzioni e del più recente Libertà, al festival di Hay a Cartagena, Colombia. Una polemica che sicuramente troveremo domani sulle pagine culturali dei quotidiani italiani, e che ho visto fresco fresco stamattina su Telegraph,

l’e-book danneggia la società. eccessivo? sì, secondo me.

certo, poi magari il fulcro del suo discorso è qualcosa di meno legato all’aggeggino con cui possiamo leggere gli e-book e dice che in realtà si tratta di qualcosa di più profondo. riguarda la fluidità della vita:

I think, for serious readers, a sense of permanence has always been part of the experience. Everything else in your life is fluid, but here is this text that doesn’t change.

Franzen parla anche del lato performativo della lettura. e del piacere di aprire un libro, sedersi, leggerlo. certo, il suo focus riguarda la durabilità dell’oggetto-libro: se anche i libri sono transitori, dove sono le certezze della vita? lui, da scrittore, guarda la digitalizzazione della vita in ciò che gli è più vicino.

io, da fanatica della carta, capisco ma obbietto – su una base estremamente razionale e down-to-earth, some direbbero gli inglesi: forse non sarà l’ebook la causa prima di un crollo dei valori della società, no? certo, spero che i libri a tre dimensioni non smettano di esistere ed essere creati. il libro è un tecnologia vincente, lo è da migliaia di anni…

il problema è la qualità: di ciò che è scritto, da una parte; del suo supporto dall’altra. ho a casa libri che hanno sessant’anni e che sembrano nuovi. altri libri li ho comprati anni fa e la carta, acida, si sta già suicidando.

ma il grande romanziere americano ha parlato, il lancio è obbligatorio, gli strilli pure.  diamo tempo al tempo, fra libro e e-book il vincitore lo conosceranno solo i posteri…

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lo ha deciso il Publisher’s Weekly con un articolo intitolato worst book ever. e qual è il libro peggiore della storia? Microonde per uno. in effetti il pensiero è desolante… il microonde già di per se rimanda al cibo riscaldato o scongelato. la lasagna del giorno prima, se ti va bene. per uno poi fa una tristezza… da qualche parte in casa mia avevo intercettato un “cucinare sano con il microonde” che mi sembra fosse allegato, insieme alle istruzioni, all’effettivo elettrodomenstico che ha varcato al soglia di casa mia molti anni fa. e che giace parzialmente dimenticato in un mobiletto della cucina per le occasioni della lasagna di cui sopra. come potete vedere dalla meravigliosa grafica della copertina il libro che ha deliziato il Publisher weekly è della fine degli anni ottanta. amorevole.

in realtà il PW aveva già detto che altri due libri erano i peggiori di sempre… ma si scusa, anche i migliori possono sbagliare!  e il tutto è condito dalle meravigliose recensioni su amazon del libro.. a cui la redazione ha dato titoli come dopo il divorzio, saremmo morti di fame senza questo libro o simili.

impagabile!

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adesso non si va a curiosare neanche più nelle librerie della gente. o sui comodini. (nei cassetti non si ficca mai il naso, per non parlare degli armadi) . è una sana e vecchia abitudine quella di entrare in una casa, o in un ufficio, e di guardarsi intorno alla ricerca di libri. si fanno interessanti scoperte. ed è impagabile le cose che puoi scoprire. libri che hai letto o vorresti leggere. i libri che non sei mai riuscito a finire, e in quel caso bisogna resistere alla curiosità di chiedergli se l’ha letto veramente, e fino alla fine. i classici della letteratura, del pensiero, e di chissà che altro che anche noi abbiamo a casa, da qualche parte. le collane da allegato-dei-quotidiani, che  fanno sempre l’effetto “vabbè, ce li ho tutti, è una bella collezione, che faccio? li metto in solaio o li metto in libreria. però poi sembro il direttore del quotidiano che ‘sti libri li vendeva che è chiamato a intervenire al tiggì delle otto…”.

adesso si chiede direttamente allo scrittore di poter vedere il suo desktop. quindi, anziché dirci quali sono i libri che uno scrittore ha nella sua libreria, e pregasi specificare quali ha acquistato di sua volontà, quali sono gentile omaggio di uffici stampa di case editrici. e lo fa il Guardian, ovviamente, nella serie writer’s desktops. il primo?

Tom McCarthy: My desktop

In the first of a new series where writers show us around their working

lives by revealing what’s on their computer desktops, Tom McCarthy explains how technology is woven into his creative life

ammazza… come la tecnologia è intrecciata alla sua vita creativa… e poi kafka, la columbia university, naoimi klein, georges battaille, sade, sonic youth…. profondo… così profondo…

ma nelle prime righe una folgorazione, anche ovvia, se vogliamo essere cattivi, e una meravigliosa frase sulla neve

I don’t have a desktop image. It’s best to write against nothing, rather than something. Just having white, pure white, is seductive. Anyone who’s ever pissed on snow will understand this.

la serie è iniziata settimana scorsa, la prossima puntata chissà.

e io ripenso ai miei dekstop: renoir invaso da collegamenti sul portatile ereditato da mio fratello; uno dei due gatti a scelta (entrambi in una foto sarebbe pura fantascienza o uno dei segni dell’apocalisse) sul netbook che uso per la scuola; e una orribile immagine fastidiosa blu e bianca con il logo del master nel portatile del master. ho files sparsi in ciascuno di questi desktop… alcuni li ho abbandonati lì
forse è meglio che ripigli in mano carta e penna e vada alla scrivania vera, mica quella virtuale. sempre però che trovi un angolo libero sotto il caos che io stessa ho creato lì sopra…

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questa settimana ero a un corso di formazione/aggiornamento sull’ ICC-CPI (International Criminal Court- Court Pénale Internationale) dell’Aja. era un corso per giornalisti e preaticanti. e, almeno per una parta, ci ha raccontato della Corte e del suo funzionamento Silvana Arbia, cancelliere alla corte.

la sua esperienza nel diritto internazionale risale a prima della creazione della corte. infatti ha lavorato nel trobunale speciale per il genocidio in Rwanda del 1994, (International Criminal Tribunal for Rwanda). e questa esperienza  l’ha raccontata in un libro:

Mentre il mondo stava a guardare.

Vittime, carnefici e crimini internazionali: le battaglie di una donna magistrato nel nome della giustizia

(altro…)

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chi dice 2, chi dice 150, chi dice che “se non hai più follower di following sei solo uno sfigato”, chi decide di rendere amici su fb anche persone che non ha mai visto.

evidentemente non sto parlando di Spread, bot, btp, bund ecc ecc. ma anche quelli son numeri da giocare al lotto.. e qual era secondo la smorfia il “morto che parla”?

stiamo parlando di Twitter, Facebook, Google+ e qualsiasi altro social media che possano aver inventato e che io nella mia abissale ignoranza non conosco e non bazzico.

1. bella intervista all’antropologo evoluzionista di  Oxford Robin Dunbar, che stabilito che 150 è il numero massimo di amici che si possono gestire…  (vd intervista a La Stampa del 2 novembre).

2. ecco che  La 27esima ora del corriere mi rimbalza dicendomi che in realtà i veri amici sarebbero solo 2. ma veri veri veri. giurin giuretta  e croce sul cuore. modello asilo… la fonte sono le conclusioni del TESS (Time-sharing Experiments for the Social Sciences, un programma che studia e analizza i rapporti sociali). Matthew Brashears della Cornell University, che ha coordinato l’ultima ricerca, ha dichiarato che

La media è  di “2.03 confidenti” a persona. Sperando che non abbiano il cellulare staccato.

ora: sono una grande fan degli studi socio antropologici. continuo a dire che la cosa più sopravvalutata nella propria vita e sottovalutata in quella altrui è la Privacy. non accetto come amici su fb persone che non conosco e restringo gli accessi alla mia pagina.

detto questo devo dire che stiamo veramente dando i numeri… per fortuna che almeno i due studiosi che i numeri li hanno dati, ragionandoci sopra, hanno anche senso dell’umorismo. come tutte le cifre e le statistiche che riguardano l’animale-uomo sono opinabili, variabili, soggette a una cosa che si chiama libero arbitrio/coscienza individuale/soggettività.

quindi, perché sentirsi più o meno soli se il numero di follower, amici su fb, varie ed eventuali rientra o non rientra nel range che altri stabiliscono? ma chemme frega? l’importante è avere quelle 2.03 persone cui posso rompere in momenti di sconforto o di ipertrofia vitale…

… e se hanno il cellulare staccato???

dio, che pathos.. che faccio?

ma li richiamo più tardi, NO?

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