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Posts Tagged ‘modelli’

Vere e proprie facce da libro, e non si tratta di un post su facebook. Ma le facce sono quelle dei protagonisti della letteratura mondiale. I personaggi intorno a cui i romanzi si sviluppano.
Vi siete mai chiesti che faccia potesse avere Anna Karenina, Mister Darcy o il protagonista dell’ultimo thriller che avete letto? Curiosi di sapere come i tratti somatici descritti nel libro siano nella realtà? Allora date un’occhiata a cosa può uscire utilizzando un software che fa identikit, come quelli che usa la polizia.
Lo sta facendo Brian Joseph Davis su The Composites, e i risultati sono… beh, vedete un po’ voi.

La galleria di ritratti immaginari è iniziata l’8 febbraio con Edward Rochester. Sì, l’immagine che vedete sopra. Dimenticate le ultime apparizioni cinematografiche o televisive (tra cui Michael shame Fassbender), il co-protagonista di Jane Eyre di Charlotte Brontë sembra proprio come la piccola Jane lo descrive. Brutto, in verità..

L'identikit di Sam Spade, il detective creato da Dashiell Hammett

Si accettano suggerimenti per i personaggi, con l’accortezza di mandare anche il pezzo di testo in cui c’è la descrizione (e qui, attenzione, non tutti i protagonisti dei romanzi sono descritti con abbastanza particolari…)
altre 15 sono le facce postate on line. Tra cui troviamo un Tom Ripley della Highsmith molto lontano dal Matt Damon del film di Minghella. Un’arcigna Emma Bovary. Humbert Humbert, la freschissima Aomame dell’ultima fatica murakamiana, e altri ancora. sotto l’identikit ci sono le frasi del libro inserite nel software, la descrizione da cui quell’immagine viene fuori.

Uno mi colpisce in particolare: non si potevano lasciare a Sam Spade gli inconfondibili tratti bogartiani?

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Interessanti queste brevi interviste a scrittrici arabe di cui parla il blog Arabic Literature (in English).

Diane D’Almeida, bibliotecaria alla Boston University, ha viaggiato grazie a una borsa di studio Fullbright  in Giordania e Siria. Ha contattato alcune scrittrici e ha realizzato video interviste che si possono vedere  all’interno del progetto Contemporary Arab Women Writers.

Diane ha posto a tutte le scrittrici le stesse domande: Perché si scrive? Per chi (se ci si immagina un pubblico)? Come immagina “ispirazione”? Aiuta gli autori giovani ed emergenti?

il progetto è ancora in fieri. ma può essere interessante da vedere, anche per conoscere nuovi autori.

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di Amy Chua ne ho sentite a frotte negli ultimi mesi.

prima un articolo sul Wall Street Journal dal titolo: Perché le madri cinesi sono superiori. cliccatissimo, commentatissimo. l’ha resa una celebrità, odiata e criticata da tutta qull’america benpensante e liberal che ritiene inumani i suoi metodi educativi.

e ha reso il suo libro: Battle Hymn of the Tiger Mother” edito da Penguin a gennaio un best seller. e le ha fatto guadagnare copertine su copertine, articoli, citazioni, ospitate televisive ai dibattiti e altro ancora. è apparsa spesso persino nei quotidiani e settimanali italiani.

il suo libro viene pubblicato oggi in italia (Il ruggito della mamma tigre, Sperling & Kupfer, 18 euro). e Federico Rampini la intervista su la Repubblica. rivelando una sconcertante novità, o forse confortante.

infatti la traduzione cinese del libro ha visto accadere una curiosa legge del contrappasso a livello di marketing.

quello che in america era considerato un libro in cui un’eminente docente di yale di origine cinese racconta come gli americani dovrebbero educare i figli all’orientale, (ovvero con disciplina ferrea, costante motivazione a dare e esigere solo il meglio ecc ecc) nella patria di quell’educazione, la Cina, il marketing era di senso opposto:

una professoressa di yale vi insegna il metodo occidentale per educare i figli.

frastornati? ma, come spiega Amy Chua,

il rispetto dei figli per i genitori,  i rapporti di autorità, le regole severe, il divieto di andare alle feste degli amici: tutto questo in Cina lo si dà per scontato, è quasi banale. i lettori cinesi sono stati colpiti invece dal finale: la ribellione di mia figlia minore, e come io mi sono dovuta adattare.

mamme tigri crescono. o forse si evolvono. ma in america o in cina? e, soprattutto, in che direzioni?

William Blake, The Tiger

 

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Lei mi ha cambiato la vita, facendomi capire che l’energia è la qualità più importante per uno scrittore.

questo lo ha detto Jonathan Safran Foer, e parlava della prolifica Joyce Carol Oates. interessante è come quest’ultima, quando si parla della sua prolificità dichiari «Non si può dire che ho scritto molto se si pensa a Dickens, Trollope, Henry James e molti altri nel passato, o John Updike e Stephen King tra i contemporanei» (fonte: La Repubblica, 24/02/2011).

l’energia è tutto per uno scrittore. per non arrendersi di fronte a un verbo o a un aggettivo. alla lotta contro una lingua, amata o odiata, ma che in ogni caso devi piegare plasmare.

per non arrendersi di fronte a tutto, anche a i propri (ex) sogni.

interessante a quasto punto rileggere il breve e delizioso Stupore e tremori, di Amèlie Nothomb. un anno allucinato e allucinante nella multinazionale giapponese dei suoi sogni. uno sgurado lucido e ironico (oddio, sì, lo sto scrivendo anch’io questo luogo comune), soprattutto su sè stessa, sull’immaginario fantasico che si era creata nei primi 5 anni di vita, idillio bruscamente interrotto dal trasferimento del padre in cina.

ritornata in giappone, più grande, più matura, più sciocca anche, ma capace di reggere, con spirito giapponese e cervello occidentale in questo mondo per un anno, passando dal the e dalle fotocopie alla pulizia dei bagni.

l’energia che ha focalizzato in questo anno l’ha portata all’ultimo giorno di lavoro, il 7 gennaio 1991. e poi:

Quelques jours plus tard, je retournai en Europe.
Le 14 janvier 1991, je commençai à écrire un manuscrit dont le titre était Hygiène de l’assassin.
Le 15 janvier était la date de l’ultimatum américain contre l’Irak. Le 17 janvier, ce fut la guerre. Le 18 janvier, à l’autre bout de la planète, Fubuki Mori eut trente ans.
Le temps, conformément à sa vieille habitude, passa.
En 1992, mon premier roman fut publié.
En 1993, je reçus une lettre de Tokyo.
Le texte en était ainsi libellé :
“Amélie-san,
Félicitations.
Mori Fubuki.”
Ce mot avait de quoi me faire plaisir. Mais il comportait un détail qui me ravit au plus haut point : il était écrit en japonais.

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ieri la repubblica riportava la notizia, poco più di una noticina, a onor del vero, che in una scuola di brooklyn il preside Shimon Waronker ha avviato una sperimentazione ardita.

nella The New American Academy ci saranno

classi di 60 alunni in cui insegneranno contemporaneamente un team di 3 o 4 docenti

lezioni in tre lingue: inglese, francese e spagnolo

gli inseganti restano con i ragazzi dall’asilo al quinto grado

si coltiva la creatività, l’apporto personale, le tendenze artistiche, il pensare fuori dal coro

sviluppare le tendenze di leadership, problem solving e consapevolezza delle loro capacità.

nella scuola italiana disastrata, dove le tre I e il portfolio sono stati buttati a mare, magari anche a ragione, dove non ci sono soldi, si demotivano gli insegnati, si castrano le capacità creative dei ragazzi, dei bambini, come possiamo prendere questo esempio?

come si prendono tutti gli esempi: dicendo che in italia certi modelli non sono importabili.

eppure esperimenti come questi potrebbero risolvere problemi, riadattati, certo, ripensati fuori dagli schemi.

oggi il provveditore di milano dice che non ci sono più fondi, che i presidi dovrebbero limitare le iscrizioni.

ma lo studio non era un diritto?

chissà cosa ne pensa il professore della banlieu francese, autore del libro La classe… o il professor Pennac.

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