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non c’è cosa più amata, ti dicono alcuni, della montagna. madre e matrigna. bella, eterna, immutevole e implacabile nei suoi repentini cambiamenti.

io sono una profana, lo ammetto, ma ricordo ancora un temporale durante una passeggiata d’estate, sulle alpi, in un rifugio. i tuoni e i lampi così vicini. mia madre che diceva a me e mio fratello di muoverci, di raggiungere l’altro, di rifugio, prima che il peggio arrivasse. me la ricordo come una giornata tutto sommato divertente. perché alla fine ci avevo guadagnato una fetta di torta al rifugio.

a mezzogiorno ho ripreso un articolo che avevo scritto martedì. Sulle Grandes Jorasses e i due alpinisti che hanno ritrovato un’ora fa. trovati morti nella neve.

e ho ritenuto opportuno inserire quello che ieri, per tempo e per spazio, non ho potuto mettere: Walter Bonatti

Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi

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ho resistito a mille tentazioni. all’edizione inglese, che come minimo pesa due tonnellate, che mi fissava dagli scaffali della feltrinelli a un prezzo esorbitante (penso fosse un tot al chilo, come il maiale dal macellaio); non ho neanche costretto mio fratello, che ora si trova in quei di Washington, a portarmelo a casa dovendfo pagare una sovrattassa per il peso dei bagagli all’aeroporto 8l’ho già detto che pesa 200 kg, ma la copertina è bellissima?) ho resistito anche a quella in spagnolo, che non parlo e non leggo…

sono stata perfino tentata di acquistare i tre volumi-edicotrevolumi- in giapponese. chissà, magari guardando le figure ci avrei capito qualcosa!!! Hiragana, katakana, kanji: magari a guardarli intensamente avrei capito il giapponese. alla fi fine il primo volume in giappone è uscito nel 2009… in tre anni sarei riuscita dare un senso a titolo, autore e casa editrice, no?

No. ok, mi rispondo da sola, mamma. ma il giapponese potrebbe essere sempre utile… no, ok, quello è il cinese.

e allora ecco ieri che vado in libreria, prendo la mia copia, pago (grazie al cielo era scontata, perché ormai i libri sono oggetti di lusso) e esco. totale 1 minuto. l’ho cronometrato.

guardo la (brutta) copertina italiana (quella ‘mmericana è moolto meglio: basta con queste copertine tutte uguali se si tratta di LUI). leggo la quarta, poi le alette, poi il treno si ferma e arrivo a casa: ora mi aspettano centinaia di pagine, e poi attesa spasmodica per l’ultimo volume /why Einaudi, Why!!!!

ah, è vero. non ho ancora detto che libro era.

io Murakami haruki l’ho atteso: 1Q84 (cos’è? chiede mamma ieri. Il titolo? che significa? richiede mamma: leggilo e vedrai, ma lei non è dentro i giapponesi….). il resto è la storia di domani.

dal sito della Alfred A. Knopf Books, editore americano di Murakami. per la bellezza della copertina, e per i gatti!!

Update: sneak peak alle prime 4 pagine del capitolo uno. Qui.

ehy, ma l’einaudi si è proprio lanciata: booktrailer su youtube, twitter a gogo e anche sito dell’editore che impazzisce… temo che la nuova influenza asiatica di quest’anno sia la murakamite!

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lettere, commenti e idee. sono spesso le pagine più interessanti dei giornali, quelle in cui vanno a finire gli editoriali un po’ più lunghi o complessi, quelli in cui fiorn di intellettuali-giornalisti rispondono alle lettere dei lettori.

quelli in cui arrivano le lettere aperte di intellettuali ed esperti.

oggi, sul La Stampa e su Repubblica ci sono due di questi editoriali lettera commento, ed entrambi paralano dei maltrattamenti dell’università da parte del potere. e sottolineo la parola potere, che è trans-politica e trans-partitica.

Nei dipartimenti il duturo dell’università è di Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’università di Torino. In questa lettera Bertinetti sottolinea un punto forte della riforma, almeno a livello teorico, il passaggio della didattica dalla facoltà al dipartimento. ma per ogni pro c’è anche un contro. così come è formulata, molti dipartimenti verranno accorpati, e, a conti fatti, i contro sono meno dei pro. vittime eccellenti i dipartimenti di lingue straniere. probabilmente considerate dai più di pubblica inutilità:

nel caso torinese, come in altri, quel che colpisce è il tentativo di usare la riforma per cancellare la più evidente scelta di modernità effettuata dall’Università italiana. Altro che gattopardismo. Qui si vuole cambiare tutto non perché tutto resti com’è, ma perché tutto torni ad essere com’era nel secolo scorso.

L’editoriale di Tito Boeri, Se i giovani fuggono dalle università affronta il rapporto del paese e del potere con l’università in prospettiva più ampia. analizzando i vari dati, affluenze, crisi economica, tasse univesitarie ecc.

il punto chiave è questo: l’Italia è un paese che disinveste per scelta nel proprio futuro, nel proprio capitale umano.

università come metafora del tutto? o come eclatante esempio di disfunzione nazionale?

non si sa se, come gli ebrei nel deserto dopo aver seguito Mosè via dalla schiavitù in egitto, ci aspettiamo che la manna cada dal cielo a saziare la nostra fame e a permetterci di sopravvivere.

o forse aspettiamo un’eventualità molto meno prosaica, e stiamo a dannarci poco dei nostri mali perchè la livella arriva per tutti, come diceva il buon De Curtis

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una settimana di influenza. esatta. a oltre 38.

e mi sono persa un bel po’ di roba.

la festa delle donne.

la manifestazione per la costituzione.

giorni al corso di giornalismo.

 

ma forse è stato un un bene, in quanto, costretta a letto, non ho potuto sproloquiare su nessuno dei sopracitati argomenti. così posso permettermi di riportare qui l’articolo Donne e Giornalismo che Mara cinquepalmi mi ha mandato.

ma l’articolo è talmente bello che lo riporto:

Siamo il 37,7% degli iscritti all’Inpgi, ma il 46,9% dei disoccupati, in poche siamo direttori (20,27%), inviati (24,65%), vice direttori (15,65%), pochissime quelle hanno la qualifica di cineoperatori (0,52%), lavoriamo soprattutto nelle emittenti radiotelevisive locali e negli uffici stampa.

Questi sono soltanto alcuni dei numeri che disegnano il mondo dell’informazione nel nostro Paese così come emerge da una rilevazione (qui per leggerla tutta) di Lucia Visca e Donatella D’Alfonso, presidente e coordinatrice nazionale del Comitato Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italia, sulla base dei dati Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti.

E’ una lettura di genere del giornalismo italiano che mi riguarda come lavoratrice (lavoro nell’ufficio stampa di una Pubblica Amministrazione), ma anche come donna (i casi Busi e Ferrario sono diventati i più famosi quanto a discriminazioni di genere nel mondo del giornalismo, ma ci sono tante altre storie come la testimonianza che ho raccontato in questo post).

Lo studio di Visca e D’Alfonso mi offre lo spunto per segnalare altre indagini sul tema donne e informazione.

I dati del Global Media Monitoring Project 2010, un progetto internazionale di monitoraggio delle rappresentazioni di gender nell’informazione, ci restituiscono un altro spaccato dell’informazione italiana, dove – riprendendo quanto pubblicato da Donne Manager – “a far notizia sono gli uomini per l’81% (ben 748 su 926 soggetti registrati) e solo per il 19% le donne, percentuale in crescita per altro rispetto al 2005 quando la presenza femminile si attestava al 14%. Ma quali sono le notizie che riguardano le donne? I dati parlano chiaro: sono soprattutto news su Criminalità-Violenza, Scienza-Salute (22%) e Arti, Media, Vip, Sport (21%) ad includere le donne, contro percentuali più basse per le notizie sull’Economia (13%) e la Politica (15%). Il principale canale che riserva maggior spazio alle donne resta la tv con il 22%, seguito dalla stampa (19%) e dalla radio (14%). Nei media monitorati durante la giornata del 10 novembre 2009, ¼ delle 178 donne di cui si è registrata la presenza sono vittime. Relativamente al ruolo delle donne nelle notizie, i dati offrono un quadro poco incoraggiante: esse rappresentano infatti il 57% della gente comune e solo nel 14% dei casi compaiono nell’autorevole ruolo dell’esperto. Molte sono le donne reporter, soprattutto in tv, con una presenza del 52%, ma le notizie trattate dalle giornaliste riguardano per il 73% Arti, Media, Vip, Sport, per il 62% Scienza- Salute e in misura minore Economia (38%) e Politica (26%). Diversa è inoltre la sensibilità delle giornaliste verso l’universo femminile rispetto ai colleghi maschi: oltre il 60% delle reporter mettono al centro delle notizie le donne più di quanto non fanno i colleghi maschi”.

E poi ancora la ricerca curata da Enrico Finzi di Astra Ricerche e uscita su New Tabloid, la rivista dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, in un numero quasi completamente dedicato al tema pari opportunità e informazione: “la televisione propone quasi solo donne giovani, belle, attraenti ma rende le donne stesse più ansiose e infelici, peggiora l’Italia rendendola un Paese più volgare e immorale. Non meno crudo il ritratto della pubblicità che non aiuta gli uomini a capire come sono davvero le donne, non parla quasi mai dei veri problemi, delle difficoltà quotidiane delle donne e presenta le donne quasi solo come oggetto di interesse sessuale. (…) Sono invece i quotidiani a essere leader nel descrivere le donne come sono davvero, illustrando il valore e le capacità delle donne e aiutandole spesso a fare scelte informate e consapevoli nella vita e nei consumi“.

grazie, Mara.

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i temi sociali entrano nelle pagine culturali? la riposta è sì, a volte, se escono libri giusti al momento giusto.

e su repubblica esce una recensione-intervista a Luca Cefisi, autore del saggio Bambini ladri. Tutta la verità sui piccoli rom, tra degrado e indifferenza (newton compton), un saggio sui piccoli che vivono nei campi rom, “una vergogna, un limbo” secondo Cefisi, consulente istituzionale per l’immigrazione e da sempre studioso del popolo rom.

un saggio che è anche un’inchiesta sul campo, tra luoghi comuni da smentire e verità da vedere, con occhi nuovi però, senza ideologismi veri o presunti.

perché, come ricorda Cefisi, “Nella memoria storica italiana, i bambini ladri ci sono eccome: basta leggere quello che scriveva Pasolini sulle borgate romane degli anni ’50. Eppure, nessuno in quegli anni predicava che i borgatari romani fossero criminali per natura, se mai ci si poneva il problema di toglierli dalle baracche per risolvere una situazione di disagio collettivo”.

 

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ieri la repubblica riportava la notizia, poco più di una noticina, a onor del vero, che in una scuola di brooklyn il preside Shimon Waronker ha avviato una sperimentazione ardita.

nella The New American Academy ci saranno

classi di 60 alunni in cui insegneranno contemporaneamente un team di 3 o 4 docenti

lezioni in tre lingue: inglese, francese e spagnolo

gli inseganti restano con i ragazzi dall’asilo al quinto grado

si coltiva la creatività, l’apporto personale, le tendenze artistiche, il pensare fuori dal coro

sviluppare le tendenze di leadership, problem solving e consapevolezza delle loro capacità.

nella scuola italiana disastrata, dove le tre I e il portfolio sono stati buttati a mare, magari anche a ragione, dove non ci sono soldi, si demotivano gli insegnati, si castrano le capacità creative dei ragazzi, dei bambini, come possiamo prendere questo esempio?

come si prendono tutti gli esempi: dicendo che in italia certi modelli non sono importabili.

eppure esperimenti come questi potrebbero risolvere problemi, riadattati, certo, ripensati fuori dagli schemi.

oggi il provveditore di milano dice che non ci sono più fondi, che i presidi dovrebbero limitare le iscrizioni.

ma lo studio non era un diritto?

chissà cosa ne pensa il professore della banlieu francese, autore del libro La classe… o il professor Pennac.

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