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Se l’altra volta abbiamo parlato di ciabatte, ora si parla di qualcosa che con la camera da letto ha a che fare. Il titolo della notizia era: Giappone, chiudono i love hotel. Poi leggi e scopri che no, il titolo non è per niente esatto. Semplicemente molti love hotel hanno deciso di chiudere i battenti per riaprire con, diciamo, la ragione sociale di ryokan, le locande tradizionali caratteristiche giapponesi. Questo gli permetterà di aggirare molti divieti. Certo una notizia di questo tipo non sconvolge nessuno, men che meno i giapponesi. Per chi non abbia idea del giappone, e di tokyo in particolare, la città dopo mezzanotte ti spinge ad andare a casa. Quasi tutto chiude. Però ci sono determinate aree, determinati quartieri, in cui fra un karaoke e un bar, un manga shop e una caffetteria, un internet cafè e un love hotel, si può fare l’alba e anche oltre. Molti lo fanno. Questa parte della città era ben rappresentato in Lost in translation di sofia coppola.

I love hotel non sono usati solo dalle coppie, regolari o clandestine, per qualche ora di intimità, magari in una stanza dall’atmosfera particolare (lascio a voi immaginare nei dettagli) ma anche da persone bloccate in città per una notte, e che non possono permettersi un albergo, uomini d’affari che ne approfittano per cambiarsi e lavarsi, magari fra un appuntamento e un altro, e, sì, clienti e prostitute.

La notizia sui love hotel mi ha riportato alla mente un bel romanzo di Murakami Haruki, After dark. Anzi, mi ha fatto andare alla libreria e, fra i vari Murakami presenti, scegliere la sottile silhouette del volume dell’einaudi, e rileggerlo, con gusto, in poche ore.  Probabilmente le stesse poche ore in cui, in una notte qualsiasi propio in uno dei quartieri notturni di Tokyo, la vicenda raccontata si svolge. E c’è proprio tutto: il love hotel con la piccola prostituta cinese picchiata a sangue, la gentile proprietaria dell’albergo, ex lottatrice, che consegna alla malavita notturna la foto dell’uomo, e in cambio vuole solo sapere “se riuscite a trovarlo”. I due ragazzi che si incontrano in una caffetteria e iniziano a parlare. E una ragazza addormentata, “caduta in una letargo volontario da cui sembra non volersi svegliare”, come dice l’aletta del libro. Osserviamo questi personaggi intrecciarsi tra mezzanotte e le 6.50 di mattina, in una metropoli che osserviamo “con lo sguardo di un uccello notturno che vola nel cielo”. O forse con qualcosa di più. Perché lo sguardo d’uccello che ci guida nella notte sfonda le pareti e lo spazio, e ci conduce, alle avvisaglie dell’alba, a notare un minimo fremito nelle labbra della fanciulla addormentata. Un risveglio della coscienza, forse, che noi seguiremo “attentamente, di nascosto. […] Prima che le tenebre tornino a visitarci, c’è ancora tempo”.

aspetto anch’io l’alba, che mi porterà, con un bel fiocco, l’ultimo libro uscito in Italia di Murakami. Una raccolta di racconti, I salici ciechi e la donna addormentata. Ho sbirciato, mesi fa, il racconto che da il titolo alla raccolta. Ero accoccolata fra i ripiani in legno di una libreria a New York, una pila di libri alla mia destra, un’altra pila alla mia sinistra. La raccolta in Usa è uscita nel 2008. mi ricordo ancora la prima frase, in cui il protagonista descrive l’odore del vento. E le immagini che si susseguono rapide, in questo brevissimo racconto. E la ragazza addormentata? È parte di un sogno e di una poesia. Come tutte le storie di Murakami Haruki.

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