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Posts Tagged ‘femminismo’

Interessanti queste brevi interviste a scrittrici arabe di cui parla il blog Arabic Literature (in English).

Diane D’Almeida, bibliotecaria alla Boston University, ha viaggiato grazie a una borsa di studio Fullbright  in Giordania e Siria. Ha contattato alcune scrittrici e ha realizzato video interviste che si possono vedere  all’interno del progetto Contemporary Arab Women Writers.

Diane ha posto a tutte le scrittrici le stesse domande: Perché si scrive? Per chi (se ci si immagina un pubblico)? Come immagina “ispirazione”? Aiuta gli autori giovani ed emergenti?

il progetto è ancora in fieri. ma può essere interessante da vedere, anche per conoscere nuovi autori.

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questa settimana ero a un corso di formazione/aggiornamento sull’ ICC-CPI (International Criminal Court- Court Pénale Internationale) dell’Aja. era un corso per giornalisti e preaticanti. e, almeno per una parta, ci ha raccontato della Corte e del suo funzionamento Silvana Arbia, cancelliere alla corte.

la sua esperienza nel diritto internazionale risale a prima della creazione della corte. infatti ha lavorato nel trobunale speciale per il genocidio in Rwanda del 1994, (International Criminal Tribunal for Rwanda). e questa esperienza  l’ha raccontata in un libro:

Mentre il mondo stava a guardare.

Vittime, carnefici e crimini internazionali: le battaglie di una donna magistrato nel nome della giustizia

(altro…)

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e chi tocca le donne crea un danno, almeno di immagine. e non serve a nulla essere un premio Nobel o chiamarsi VS Naipaul.

giusto il 31 maggio il bizzoso Nobel aveva fatto la pace pubblicamente con Paul Theroux, e i giornali italiani hanno preso e ripreso la notizia (le faide, si sa, fanno gola; anche quelle dell’establishment intellettuale, spesso a colpi di libri e articoli). notizia che aveva la cornice e tutti gli elementi  per un racconto di fiction: un un festival suggestivo a Hay-on-Wye, in Galles; due grandi amici che non si parlavano più da 15 anni, un altro amico, e nientemeno che Ian McEwan che, visti i tentennamenti di Naipaul appoggia una mano sulla spalla e gli dice «fai come ti pare, ma la vita è troppo breve per portarsi addosso rancori senza fine».

pace è fatta, con Theroux, almeno. perché neanche 5 giorni dopo il Nobel se la prende con un’intera categoria, le donne, e le donne scrittrici in particolare, dicendo che no, nella storia della letteratura nessuna scrittrice potrebbe essere mai paragonata a lui, neanche l’inglesissima e adoratissima Jane Austen. troppo sentimentale la scrittura femminile, troppo sentimentale il LORO mondo. troppo vittime di una visione ristretta, non essendo padrone a casa propria.

a quanto pare anche i libri scritti da donne sono bilogicamente diversi, se come lui dichiara:

I read a piece of writing and within a paragraph or two I know whether it is by a woman or not. I think [it is] unequal to me.

questo ha fanno venire un’idea al Guardian, un test: sapete riconoscere il sesso di un autore leggendo un paio di paragrafi? provate, io no.

ma la cosa che più mi stupisce è questa, pagine intere sulle faide letterarie nella storia, e su questa poche cose… certo, in italia si sa che la letteratura è maschile, lo è da sempre. in Gb già le cose sono un po’ diverse a partire dalla lezione di  due libri di Virginia Woolf Una Stanza tutta per me e Le tre Ghinee.

anche se, sempre nelle unlime settimane, una femminista di ferro come Carmen Callil, fondatrice della più famosa casa editrice femminista del mondo la Virago Press (senza di lei un poco deragliata), si dimette dalla giuria del Man Booke Prize in dissenso per l’assegnazione del premio a Philip Roth.

ma si sa,

for most history, ANONIMUS was a woman

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di Amy Chua ne ho sentite a frotte negli ultimi mesi.

prima un articolo sul Wall Street Journal dal titolo: Perché le madri cinesi sono superiori. cliccatissimo, commentatissimo. l’ha resa una celebrità, odiata e criticata da tutta qull’america benpensante e liberal che ritiene inumani i suoi metodi educativi.

e ha reso il suo libro: Battle Hymn of the Tiger Mother” edito da Penguin a gennaio un best seller. e le ha fatto guadagnare copertine su copertine, articoli, citazioni, ospitate televisive ai dibattiti e altro ancora. è apparsa spesso persino nei quotidiani e settimanali italiani.

il suo libro viene pubblicato oggi in italia (Il ruggito della mamma tigre, Sperling & Kupfer, 18 euro). e Federico Rampini la intervista su la Repubblica. rivelando una sconcertante novità, o forse confortante.

infatti la traduzione cinese del libro ha visto accadere una curiosa legge del contrappasso a livello di marketing.

quello che in america era considerato un libro in cui un’eminente docente di yale di origine cinese racconta come gli americani dovrebbero educare i figli all’orientale, (ovvero con disciplina ferrea, costante motivazione a dare e esigere solo il meglio ecc ecc) nella patria di quell’educazione, la Cina, il marketing era di senso opposto:

una professoressa di yale vi insegna il metodo occidentale per educare i figli.

frastornati? ma, come spiega Amy Chua,

il rispetto dei figli per i genitori,  i rapporti di autorità, le regole severe, il divieto di andare alle feste degli amici: tutto questo in Cina lo si dà per scontato, è quasi banale. i lettori cinesi sono stati colpiti invece dal finale: la ribellione di mia figlia minore, e come io mi sono dovuta adattare.

mamme tigri crescono. o forse si evolvono. ma in america o in cina? e, soprattutto, in che direzioni?

William Blake, The Tiger

 

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una settimana di influenza. esatta. a oltre 38.

e mi sono persa un bel po’ di roba.

la festa delle donne.

la manifestazione per la costituzione.

giorni al corso di giornalismo.

 

ma forse è stato un un bene, in quanto, costretta a letto, non ho potuto sproloquiare su nessuno dei sopracitati argomenti. così posso permettermi di riportare qui l’articolo Donne e Giornalismo che Mara cinquepalmi mi ha mandato.

ma l’articolo è talmente bello che lo riporto:

Siamo il 37,7% degli iscritti all’Inpgi, ma il 46,9% dei disoccupati, in poche siamo direttori (20,27%), inviati (24,65%), vice direttori (15,65%), pochissime quelle hanno la qualifica di cineoperatori (0,52%), lavoriamo soprattutto nelle emittenti radiotelevisive locali e negli uffici stampa.

Questi sono soltanto alcuni dei numeri che disegnano il mondo dell’informazione nel nostro Paese così come emerge da una rilevazione (qui per leggerla tutta) di Lucia Visca e Donatella D’Alfonso, presidente e coordinatrice nazionale del Comitato Pari Opportunità della Federazione Nazionale della Stampa Italia, sulla base dei dati Inpgi, l’Istituto di previdenza dei giornalisti.

E’ una lettura di genere del giornalismo italiano che mi riguarda come lavoratrice (lavoro nell’ufficio stampa di una Pubblica Amministrazione), ma anche come donna (i casi Busi e Ferrario sono diventati i più famosi quanto a discriminazioni di genere nel mondo del giornalismo, ma ci sono tante altre storie come la testimonianza che ho raccontato in questo post).

Lo studio di Visca e D’Alfonso mi offre lo spunto per segnalare altre indagini sul tema donne e informazione.

I dati del Global Media Monitoring Project 2010, un progetto internazionale di monitoraggio delle rappresentazioni di gender nell’informazione, ci restituiscono un altro spaccato dell’informazione italiana, dove – riprendendo quanto pubblicato da Donne Manager – “a far notizia sono gli uomini per l’81% (ben 748 su 926 soggetti registrati) e solo per il 19% le donne, percentuale in crescita per altro rispetto al 2005 quando la presenza femminile si attestava al 14%. Ma quali sono le notizie che riguardano le donne? I dati parlano chiaro: sono soprattutto news su Criminalità-Violenza, Scienza-Salute (22%) e Arti, Media, Vip, Sport (21%) ad includere le donne, contro percentuali più basse per le notizie sull’Economia (13%) e la Politica (15%). Il principale canale che riserva maggior spazio alle donne resta la tv con il 22%, seguito dalla stampa (19%) e dalla radio (14%). Nei media monitorati durante la giornata del 10 novembre 2009, ¼ delle 178 donne di cui si è registrata la presenza sono vittime. Relativamente al ruolo delle donne nelle notizie, i dati offrono un quadro poco incoraggiante: esse rappresentano infatti il 57% della gente comune e solo nel 14% dei casi compaiono nell’autorevole ruolo dell’esperto. Molte sono le donne reporter, soprattutto in tv, con una presenza del 52%, ma le notizie trattate dalle giornaliste riguardano per il 73% Arti, Media, Vip, Sport, per il 62% Scienza- Salute e in misura minore Economia (38%) e Politica (26%). Diversa è inoltre la sensibilità delle giornaliste verso l’universo femminile rispetto ai colleghi maschi: oltre il 60% delle reporter mettono al centro delle notizie le donne più di quanto non fanno i colleghi maschi”.

E poi ancora la ricerca curata da Enrico Finzi di Astra Ricerche e uscita su New Tabloid, la rivista dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, in un numero quasi completamente dedicato al tema pari opportunità e informazione: “la televisione propone quasi solo donne giovani, belle, attraenti ma rende le donne stesse più ansiose e infelici, peggiora l’Italia rendendola un Paese più volgare e immorale. Non meno crudo il ritratto della pubblicità che non aiuta gli uomini a capire come sono davvero le donne, non parla quasi mai dei veri problemi, delle difficoltà quotidiane delle donne e presenta le donne quasi solo come oggetto di interesse sessuale. (…) Sono invece i quotidiani a essere leader nel descrivere le donne come sono davvero, illustrando il valore e le capacità delle donne e aiutandole spesso a fare scelte informate e consapevoli nella vita e nei consumi“.

grazie, Mara.

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un tempo esisteva il femminismo. ma non tanto tempo fa, per intenderci. giusto quel tanto che basta per tornare indietro, allo status quo, “naturale” secondo alcuni, dell’androcentrismo della società.

parlo dell’italia, voi direte. e no, perché la scomparsa del femminismo – delle femministe? –  è altamente diffusa nel mondo occidentale. due esempi:

1) un’inchiesta di un giornale tedesco ha posto il problema delle “quote rosa in redazione”. è sì, perché anche i nostri cugini teutonici hanno qualche problema di par condicio a livello sessuale. la cosa che più mi stupisce é che, a parte un trafiletto su La Stampa, nessun’altro ne abbia parlato. nell’attesa di un inchiesta simile in italia io mi rivolgo all’eccellente Internazionale: traducetela e diffondetela voi, la lieta novella!

2)fresca fresca dal tuttolibri di ieri:  Giovanna Zucconi nella rubrica Che libro fa… parla di quote rosa nei giornali ANGLOAMERICANI e parla di un lato particolare dei giornali americani. le recensioni.

vittime eccellenti, benché inconsapevoli, oltre alla miriade di buone scrittrici e critiche letterarie americane, le più prestigiose testate letterarie angloamerticane:

«Il putiferio è scatenato dall’associazione Vida – Women in Literary Arts, che ha mostrato le percentuali di recensori donna e di libri scritti da donne recensiti dalla New York Times Book Review, dal Times Literary Supplement, da Harpers, dalla London Review of Books, eccetera. Per esempio, la New York Review of Books ha pubblicato 462 articoli di maschi contro 79 di femmine, e ha recensito 306 libri di maschi contro 59 di femmine. Mesta contabilità».

e la zucconi aggiunge carne al fuoco, una carne che oggi, domenica 13 febbraio, è particolarmente vissuta dalle donne italiane:

«Di questo passo, ci vorranno 500 anni per raggiungere la parità fra i sessi. Così nel trailer del film Miss Representation di Jennifer Siebel Newsom, visto e premiato al Sundance Festival: un documentario su come i media americani rappresentano le donne e il corpo delle donne».

non so voi, ma ecco cosa farò:

1) cercherò i dati della vida

2) cercherò tutti i bei libri delle scrittrici americane, e non, che ho letto negli ultimi anni (e qui sono fortunata, perché fra la munro, la oates, atwood, alcune scrittrici asiatiche  ecc ecc ne ho di materiale)

3) cercherò le newsletter del new york times book review che mi arrivano settimanalmente. (e di cui, mea culpa, leggo solo i libri che mi interessano e le recensioni della kakutani.)

4) proverò a NON fare mente locale sull’editoria femminile in italia… ci ho già dedicato una tesi di laurea, vorrei evitare di deprimermi dovendo allargare il campo alla genia delle case editrici tout-cout.

5) spererò che il documentario presentato al Sundance arrivi anche da noi.

chissà perché, ma temo che qui la situazione continuerà ad essere: bello e invisibile, per molto più di 500 anni.

 

 

ps: pregasi notare la perplessità di fianco all’immagine… e pazienza se  pioveranno gli insulti!

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