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Archive for the ‘ondine’ Category

George Whitman ha gestito quello che lui definisce “una utopia socialista mascherata da una libreria” per 50 anni. Il suo negozio è stato a lungo un centro letterario, attirando artisti del calibro di Henry Miller, Richard Wright, e William Burroughs. Ancora più importante, George ha invitato le persone a vivere nel suo negozio dai suoi fin dai primi giorni. Ora ci sono 13 posti letto tra i libri, e lui dice che più di 40.000 persone hanno dormito in un momento o l’altro. Tutto quello che chiede è che si fa il letto la mattina, dare una mano in negozio, e leggere un libro al giorno.
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non c’è cosa più amata, ti dicono alcuni, della montagna. madre e matrigna. bella, eterna, immutevole e implacabile nei suoi repentini cambiamenti.

io sono una profana, lo ammetto, ma ricordo ancora un temporale durante una passeggiata d’estate, sulle alpi, in un rifugio. i tuoni e i lampi così vicini. mia madre che diceva a me e mio fratello di muoverci, di raggiungere l’altro, di rifugio, prima che il peggio arrivasse. me la ricordo come una giornata tutto sommato divertente. perché alla fine ci avevo guadagnato una fetta di torta al rifugio.

a mezzogiorno ho ripreso un articolo che avevo scritto martedì. Sulle Grandes Jorasses e i due alpinisti che hanno ritrovato un’ora fa. trovati morti nella neve.

e ho ritenuto opportuno inserire quello che ieri, per tempo e per spazio, non ho potuto mettere: Walter Bonatti

Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi

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Those who saw him hushed. On Church Street. Liberty. Cortlandt. West Street. Fulton. Vesey. It was a silence that heard itself, awful and beautiful. Some thought at first that it must have been a trick of the light, something to do with the weather, an accident of shadowfall. Others figured it might be the perfect city joke—stand around and point upward, until people gathered, tilted their heads, nodded, affirmed, until all were staring upward at nothing at all, like waiting for the end of a Lenny Bruce gag. But the longer they watched, the surer they were. He stood at the very edge of the building, shaped dark against the gray of the morning. A window washer maybe. Or a construction worker. Or a jumper.
Up there, at the height of a hundred and ten stories, utterly still, a dark toy against the cloudy sky.
He could only be seen at certain angles so that the watchers had to pause at street corners, find a gap between buildings, or meander from the shadows to get a view unobstructed by cornicework, gargoyles, balustrades, roof edges. None of them had yet made sense of the line strung at his feet from one tower to the other. Rather, it was the manshape that held them there, their necks craned, torn between the promise of doom and the disappointment of the ordinary. It was the dilemma of the watchers: they didn’t want to wait around for nothing at all, some idiot standing on the precipice of the towers, but they didn’t want to miss the moment either, if he slipped, or got arrested, or dove, arms stretched.

[…]

Out he went.

 Colum McCann –Let The Great World Spin

Philippe Petit cammina su una fune tesa tra le Torri Gemelle. New York, 7 agosto 1974



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concordo in pieno.

Anita Silvey ha intervistato più di 100 personalità dell’arte, della politica, dello spettacolo e della cultura americani chiedendo:

What children’s book changed the way you see the world?

la risposta di ognuno? beh, io penso di sapere la mia. e la vostra?

in aggiunta metto il lungo video che la Library of Congress degli Stati Uniti ha dedicato a questo libro:

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Questo messaggio si autodistruggerà fra trenta secondi. trenta, ventinove, ventotto…

Quante volte nei film e nei telefilm di spie abbiamo sentito la vocina metallica di un macchinario futuristico pronunciare questa frase e iniziare a scandire leziosamente il conutdown?

okay, sono troppo tecnologica.

allora molti di voi ricorderanno: Burn after reading (titolo anche di un film dei coen, che hanno fatto di meglio nelle loro carriere)

ecco qui siamo esattamente al contrario: BURN BEFORE READING.

come l’articolo di Dan Kois apparso sulla Sunday Book Review del NYT, e ripreso da Internazionale settimana scorsa: Perché gli scrittori abbandonano i romanzi? ecco il piccolo romanzo che vaga sperduto nel mopndo, come pollicino o meglio, poiché è incompiuto, come il soldatino di piombo…

macché. il romanzo abbandonato è visto dal suo autore come un mostro portatore di angoscia esistenziale. è con puro panico che Michael Chabon ricorda il suo incompiuto. il mettersi a lottare non davanti al foglio bianco, ma di fronte a una storia che non regge più, uno stile sbagliato, personaggi che non si trovano tra loro o semplicemente l’impossibilità di capire: come vado avanti?

e a volte sono Definitivamente morti

“I won’t even cop to whether or not I have abandoned novels,” Joshua Ferris, author of “Then We Came to the End,” wrote in an e-mail. But if he did have one, he continued, “It would be dead to me for a reason: because it should be dead to everyone else. Oh yes, dead, most dead, deader than dead.”

 

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leggendo, che domanda.

ma leggendo cosa?

  • leggendo i libri
  • leggendo cosa gli altri scrivono di altri libri
  • leggendo cosa gli altri pensano di alcuni autori
  • leggendo bibliografie (qualcuno lo fa)
  • leggendo dorsi di libri in biblioteca
  • leggendo copertine, quarte di copertine, alette e fascette in biblioteca o in libreria
  • leggendo la pubblicità sui giornali (o evitando i libri la cui pubblicità appare sui media)
  • leggendo rigorosamente a caso pescando dal mucchio di libri che ci sono a casa tua, dei tuoi, dei nonni, degli zii, dei nonni degli zii, degli amici, degli zii degli amici ecc ecc ecc.

in parole povere? non l’ho ancora capito.

soprattutto perché non ho idea di cosa sia PER VOI un buon autore.

ma di sicuro lo so per Dave Eggers, il cui articolo sulla vita da scrittore ha in sé la risposta a questo quesito: cos’é un buon autore?

Alla fine della lezione, quando abbiamo votato “sì”, “no” o “forse”, tutte le mani hanno detto sì, e io me ne sono tornato a casa elettrizzato dalla forza della parola scritta. […]

Ma in realtà i promemoria aiutano. Quando passi otto ore in un capanno a cercare di buttare giù qualche parola, ti aggrappi a ogni brandello di ispirazione che riesci a trovare. E il modo migliore per trovare ispirazione, almeno per me, è vedere l’effetto che la grande scrittura ha sui giovani. È difficile prevedere le loro reazioni, che sono sempre brutalmente oneste. Ma quando amano qualcosa il loro entusiasmo è assolutamente candido e completamente privo di cinismo.

a cosa si deve il plebiscito di mani alzate? (e se non avete capito, pigroni! andate a leggere l’articolo su L’Internazionale che ho linkato sopra!)

a un racconto pubblicato sulla rivista  Gulf Coast, edita dall’ University of Houston, e che ho rintracciato nel week end on line.

si intitola Pleiades, scritto da Anjali Sachdeva, freelance editor e insegnante di scrittura creativa. parla di scienza, genetica, libertà, destino, affetti, morte.

ecco l’inizio

Del
My parents were geneticists. They had a firm belief in the power of science to fix everything, to create everything. This belief was their religion, and they liked to proselytize as much as any born-again Christians. When they decided to have children they saw the opportunity to share their faith in science with the world. They wanted to make miracle babies so unbelievable that people would stop and stare, their own organic equivalent of a billboard for Jesus. Their original idea was to develop an in vitro procedure that would create identical twins. But they decided twins weren’t spectacular enough, not enough of a challenge. They settled on septuplets. One fertilized egg split into seven pieces made seven sisters, all of us identical. Pleiades, my father used to call us, after the constellation of seven stars.

siete curiosi di sapere come continua, vero? allora andate qui, con le sette sorelle

Pleiadi

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lo giuro, non lo faccio per avere un’impennata nei lettori e penso che l’immagine del Bernini vi rassicuri.

Gian Lorenzo Bernini, L'estasi di Santa Teresa, Roma, Santa Maria della Vittoria

 

ma l’articolo pubblicato dall’Internazionale merita.

Kama sutra senza peccato

di Hanif Kureishi

è in realtà un bella riflessione su regole, piacere, autorità e divertimento.

che cita Lady Chatterley, la cui lettura proibita dava più brividi per la priibizione in sè che per la scabrosità di certe scene (che ora, en passant, non ci fanno muovere un sopracciglio).

certo kureishi ci parla anche del Kama sutra

In realtà il Kama sutra di Vatsyayana è una raccolta di consigli sul comportamento sociale e romantico, compilata milleseicento anni fa e destinata ai giovani ricchi e mondani dell’epoca. Offre informazioni sull’igiene e sulle posizioni sessuali, spiega come non creare scompiglio negli harem, come trattare con le cortigiane, come comportarsi con le “mogli degli altri”. Sostiene che un gentiluomo dovrebbe tenersi alla larga dai lebbrosi, dalle donne maleodoranti e da chiunque abbia delle pustole bianche. È malizioso, divertente e sorprendente.

e ci parla, lo scrittore inglese, di Divieti e piacere,

era proprio il rapporto con il divieto che divertiva e intrigava Stendhal. Il divieto rende possibile il divertimento serio, proprio come le regole rendono possibile lo sport. Se spariscono l’autorità e i tabù, non aumenta il divertimento, aumenta il nulla, soprattutto perché tendiamo a trattarci più severamente di quanto facciano le autorità.

e da qui in poi si cita (si parla?) di Clinton e del rapporto Kinsey, di emma Bovary e di Baudelaire e anche de Il piacere dell’autoprivazione

Il ritorno del fondamentalismo religioso nelle sue tante forme si accompagna alla necessaria presenza del peccato, all’orrore del piacere e alla volontà di regolarlo severamente. Il fondamentalismo, e l’obbedienza che impone, è un tentativo di abolire i conflitti legati al piacere. Ma in un contesto simile, il piacere dell’autoprivazione – l’obbedienza religiosa, la dieta e altre forme di astinenza – può sostituire il godimento autentico. Il piacere sa essere opportunista: è un parassita che si attacca a qualunque cosa.

e da qui in poi Kureishi divide fra sesso, di cui abbiamo visto tutto, e più volte, e sessualità

solo i poeti e, a volte, i romanzieri riescono a mettere su carta la sensualità. Esprimere l’estasi, comunque, è difficilissimo. Bisogna ascoltare la musica soul, Billie Holiday, Marvin Gaye, Aretha Franklin o alcuni cantanti rnb per capire e sentire quanto il desiderio, il bisogno, la perdita e l’appagamento possono essere impeccabilmente intrecciati ed esercitare un effetto evidente sull’ascoltatore, facendogli venire voglia di piangere o di ballare.

cosa scegliamo, l’ardore pericoloso del piacere come confronti diretto o il bagliore del piacere kantianamente preso come via per l’illuminazione?

forse neanche Kureishi ha la risposta, ma un consiglio sicuramente

Ma scegliendo il bagliore invece del confronto, si perde la sostanza. Anche chi legge il Kama sutra è lontano dalla sostanza, e rischia di restarci. Quale che sia l’orizzonte verso cui volete guidare il vostro piacere, con una mappa sbagliata non arriverete mai a destinazione.

Khajuraho temple, India

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