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Archive for marzo 2011

. . . a time to recollect
every shadow, everything the earth was losing,
a time to think of everything the earth
and I had lost, of all that I would lose,
of all that I was losing.

Agha Shahid Ali, A Nostalgist’s Map of America

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leggendo, che domanda.

ma leggendo cosa?

  • leggendo i libri
  • leggendo cosa gli altri scrivono di altri libri
  • leggendo cosa gli altri pensano di alcuni autori
  • leggendo bibliografie (qualcuno lo fa)
  • leggendo dorsi di libri in biblioteca
  • leggendo copertine, quarte di copertine, alette e fascette in biblioteca o in libreria
  • leggendo la pubblicità sui giornali (o evitando i libri la cui pubblicità appare sui media)
  • leggendo rigorosamente a caso pescando dal mucchio di libri che ci sono a casa tua, dei tuoi, dei nonni, degli zii, dei nonni degli zii, degli amici, degli zii degli amici ecc ecc ecc.

in parole povere? non l’ho ancora capito.

soprattutto perché non ho idea di cosa sia PER VOI un buon autore.

ma di sicuro lo so per Dave Eggers, il cui articolo sulla vita da scrittore ha in sé la risposta a questo quesito: cos’é un buon autore?

Alla fine della lezione, quando abbiamo votato “sì”, “no” o “forse”, tutte le mani hanno detto sì, e io me ne sono tornato a casa elettrizzato dalla forza della parola scritta. […]

Ma in realtà i promemoria aiutano. Quando passi otto ore in un capanno a cercare di buttare giù qualche parola, ti aggrappi a ogni brandello di ispirazione che riesci a trovare. E il modo migliore per trovare ispirazione, almeno per me, è vedere l’effetto che la grande scrittura ha sui giovani. È difficile prevedere le loro reazioni, che sono sempre brutalmente oneste. Ma quando amano qualcosa il loro entusiasmo è assolutamente candido e completamente privo di cinismo.

a cosa si deve il plebiscito di mani alzate? (e se non avete capito, pigroni! andate a leggere l’articolo su L’Internazionale che ho linkato sopra!)

a un racconto pubblicato sulla rivista  Gulf Coast, edita dall’ University of Houston, e che ho rintracciato nel week end on line.

si intitola Pleiades, scritto da Anjali Sachdeva, freelance editor e insegnante di scrittura creativa. parla di scienza, genetica, libertà, destino, affetti, morte.

ecco l’inizio

Del
My parents were geneticists. They had a firm belief in the power of science to fix everything, to create everything. This belief was their religion, and they liked to proselytize as much as any born-again Christians. When they decided to have children they saw the opportunity to share their faith in science with the world. They wanted to make miracle babies so unbelievable that people would stop and stare, their own organic equivalent of a billboard for Jesus. Their original idea was to develop an in vitro procedure that would create identical twins. But they decided twins weren’t spectacular enough, not enough of a challenge. They settled on septuplets. One fertilized egg split into seven pieces made seven sisters, all of us identical. Pleiades, my father used to call us, after the constellation of seven stars.

siete curiosi di sapere come continua, vero? allora andate qui, con le sette sorelle

Pleiadi

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questa mattina meravigliosa spigolatura nella rubrica Cartesio di Mario Baudino su La Stampa. si parla del libro Non incoraggiate il romanzo di Alfonso Berardinelli, appena uscito da Marsilio.

interessante il concetto di fondo: l’abuso del romanzo e il suo uso come arma impropria di fatturazione da parte degli editori, ovvero, la trasformanzione del romanzo in un “genere editoriale”.

qui riporto la meravigliosa stoccata:

Di passaggio Berardinelli ricorda a Alessandro Baricco che «anche le stroncature bisogna meritarsele». Spietato.

sempre in tema di stoccate letterarie all’autore, martedì mattina alla consueta rassegna stampa della scuola un mio esimio collega ha pronunciato questa meravigliosa frase:

E a proposito di uno dei grandissimi problemi dell’editoria, ovvero l’uscita ogni giorno di troppi libri, ebbene sì, sta arrivando una nuova tragedia. un quotidiano di oggi mi annuncia che veltroni sta producendo.

Sangalli, lei è un genio!

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Che cosa intendiamo con la parola pace?

Intendiamo forse assenza di conflitto?

Oblio?     Perdono?

O forse una grande stanchezza, un esaurimento, il prosciugamento di ogni rancore?

A me pare che per la maggior parte della gente pace significhi vittoria.

La vittoria del proprio schieramento

S. Sontag

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ieri mattina mia madre ha avuto un lapsus illuminante.

forse la ragione erano le 6:40 della mattina, (altro che le “due e un quarto che ora bestiale” della cara Molly), ma anziché dire “ti apro Mozilla” ha detto “apro Godzilla

 

nella mia mente ottenebrata dal sonno ho visto il lucertolone che distrugge Tokyo. e da lì i miei cortocircuiti mentali hanno iniziato a galoppare:

C’era una volta Godzilla.

Era il tempo in cui le angosce collettive si esprimevano in metafore. negli stati uniti il pericolo comunista era un’invasione degli ultracorpi. baccelli che rendono l’essere umano un guscio vuoto ed eliminano la persona. Altro che bozzolo confortevole!

La stessa america in cui una nuova caccia alle streghe è assimilata a quella vecchia in un crogiuolo in cui si mescolano rancori e pregiudizi.

era il tempo in cui un lucertolone colpito da radiazioni sorgeva dal mare e distruggeva una Tokyo di cartone. ancora e ancora. come un giorno una cosa talmente effimera come un lampo di luce ha piegato un’intera nazione, costringendo un dio a scendere dal suo trono di crisantemo. e questa è stata solo la più piccola delle conseguenze di quel gesto.

siamo ancora capaci di metafore? non lo so. ma stasera ho la certezza di cosa voglio vedere. Strangelove

ho deragliato troppo? forse. ma é questo il bello del blog.

 

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lettere, commenti e idee. sono spesso le pagine più interessanti dei giornali, quelle in cui vanno a finire gli editoriali un po’ più lunghi o complessi, quelli in cui fiorn di intellettuali-giornalisti rispondono alle lettere dei lettori.

quelli in cui arrivano le lettere aperte di intellettuali ed esperti.

oggi, sul La Stampa e su Repubblica ci sono due di questi editoriali lettera commento, ed entrambi paralano dei maltrattamenti dell’università da parte del potere. e sottolineo la parola potere, che è trans-politica e trans-partitica.

Nei dipartimenti il duturo dell’università è di Paolo Bertinetti, preside della facoltà di lingue e letterature straniere dell’università di Torino. In questa lettera Bertinetti sottolinea un punto forte della riforma, almeno a livello teorico, il passaggio della didattica dalla facoltà al dipartimento. ma per ogni pro c’è anche un contro. così come è formulata, molti dipartimenti verranno accorpati, e, a conti fatti, i contro sono meno dei pro. vittime eccellenti i dipartimenti di lingue straniere. probabilmente considerate dai più di pubblica inutilità:

nel caso torinese, come in altri, quel che colpisce è il tentativo di usare la riforma per cancellare la più evidente scelta di modernità effettuata dall’Università italiana. Altro che gattopardismo. Qui si vuole cambiare tutto non perché tutto resti com’è, ma perché tutto torni ad essere com’era nel secolo scorso.

L’editoriale di Tito Boeri, Se i giovani fuggono dalle università affronta il rapporto del paese e del potere con l’università in prospettiva più ampia. analizzando i vari dati, affluenze, crisi economica, tasse univesitarie ecc.

il punto chiave è questo: l’Italia è un paese che disinveste per scelta nel proprio futuro, nel proprio capitale umano.

università come metafora del tutto? o come eclatante esempio di disfunzione nazionale?

non si sa se, come gli ebrei nel deserto dopo aver seguito Mosè via dalla schiavitù in egitto, ci aspettiamo che la manna cada dal cielo a saziare la nostra fame e a permetterci di sopravvivere.

o forse aspettiamo un’eventualità molto meno prosaica, e stiamo a dannarci poco dei nostri mali perchè la livella arriva per tutti, come diceva il buon De Curtis

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ovvero Tutti i filgi di dio danzano, una raccolta di racconti che il mio amato Murakami Haruki ha pubblicato nel 2000, in Italia edita da Einaudi.

ho in mente questo post da giorni, ma un certo tipo di pudore, parola strana per un’aspirante giornalista, me lo inpediva. il motivo? 8.9 gradi richter che ha colpito il giappone. una terra che amo, pur non essendoci mai stata, e pur essendo molto critica con la sua visione della società.

ma cos’è il terremoto per il giappone? o meglio cos’è il dopo terremoto?

After the quake con i suoi sei racconti, che risentono tanto delle traduzioni che Murakami aveva fatto da Raymond Chandler, prova a spiegare ciò.

sei racconti che hanno come sfondo un altro trauma collettivo del  giappone, il terremoto di Kobe del 1995. mai in primo piano, ma sfondo ossessivo dei pensieri dei protagonisti. mai causa originaria di cambiamento, ma di sicuro componente essenziale degli stati d’animo che portano i personaggi ad agire nei racconti.

una lettura breve ma intensa.

grazie a questa intensità ho scoperto oggi, che aggiorno questo post e lo pubblico, che il New Yorker ripubblica uno di quei racconti, UFO in Kushiro. il racconto inizia così

Five straight days she spent in front of the television, staring at crumbled banks and hospitals, whole blocks of stores in flames, severed rail lines and expressways. She never said a word. Sunk deep in the cushions of the sofa, her mouth clamped shut, she wouldn’t answer when Komura spoke to her. She wouldn’t shake her head or nod. Komura could not be sure the sound of his voice was even getting through to her.

il nuovo numero del New Yorker, in edicola dal 28 marzo, è dedicato al giappone. e la copertina è, al solito, una poesia.

ora che in giappone stava iniziando una delle feste più importanti per l’intera nazione, l’Hanami, ecco come si trasformano i fiori di ciliegio così cari ai giapponesi.

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