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Archive for 25 febbraio 2011

Lei mi ha cambiato la vita, facendomi capire che l’energia è la qualità più importante per uno scrittore.

questo lo ha detto Jonathan Safran Foer, e parlava della prolifica Joyce Carol Oates. interessante è come quest’ultima, quando si parla della sua prolificità dichiari «Non si può dire che ho scritto molto se si pensa a Dickens, Trollope, Henry James e molti altri nel passato, o John Updike e Stephen King tra i contemporanei» (fonte: La Repubblica, 24/02/2011).

l’energia è tutto per uno scrittore. per non arrendersi di fronte a un verbo o a un aggettivo. alla lotta contro una lingua, amata o odiata, ma che in ogni caso devi piegare plasmare.

per non arrendersi di fronte a tutto, anche a i propri (ex) sogni.

interessante a quasto punto rileggere il breve e delizioso Stupore e tremori, di Amèlie Nothomb. un anno allucinato e allucinante nella multinazionale giapponese dei suoi sogni. uno sgurado lucido e ironico (oddio, sì, lo sto scrivendo anch’io questo luogo comune), soprattutto su sè stessa, sull’immaginario fantasico che si era creata nei primi 5 anni di vita, idillio bruscamente interrotto dal trasferimento del padre in cina.

ritornata in giappone, più grande, più matura, più sciocca anche, ma capace di reggere, con spirito giapponese e cervello occidentale in questo mondo per un anno, passando dal the e dalle fotocopie alla pulizia dei bagni.

l’energia che ha focalizzato in questo anno l’ha portata all’ultimo giorno di lavoro, il 7 gennaio 1991. e poi:

Quelques jours plus tard, je retournai en Europe.
Le 14 janvier 1991, je commençai à écrire un manuscrit dont le titre était Hygiène de l’assassin.
Le 15 janvier était la date de l’ultimatum américain contre l’Irak. Le 17 janvier, ce fut la guerre. Le 18 janvier, à l’autre bout de la planète, Fubuki Mori eut trente ans.
Le temps, conformément à sa vieille habitude, passa.
En 1992, mon premier roman fut publié.
En 1993, je reçus une lettre de Tokyo.
Le texte en était ainsi libellé :
“Amélie-san,
Félicitations.
Mori Fubuki.”
Ce mot avait de quoi me faire plaisir. Mais il comportait un détail qui me ravit au plus haut point : il était écrit en japonais.

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