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Archive for febbraio 2011

Lei mi ha cambiato la vita, facendomi capire che l’energia è la qualità più importante per uno scrittore.

questo lo ha detto Jonathan Safran Foer, e parlava della prolifica Joyce Carol Oates. interessante è come quest’ultima, quando si parla della sua prolificità dichiari «Non si può dire che ho scritto molto se si pensa a Dickens, Trollope, Henry James e molti altri nel passato, o John Updike e Stephen King tra i contemporanei» (fonte: La Repubblica, 24/02/2011).

l’energia è tutto per uno scrittore. per non arrendersi di fronte a un verbo o a un aggettivo. alla lotta contro una lingua, amata o odiata, ma che in ogni caso devi piegare plasmare.

per non arrendersi di fronte a tutto, anche a i propri (ex) sogni.

interessante a quasto punto rileggere il breve e delizioso Stupore e tremori, di Amèlie Nothomb. un anno allucinato e allucinante nella multinazionale giapponese dei suoi sogni. uno sgurado lucido e ironico (oddio, sì, lo sto scrivendo anch’io questo luogo comune), soprattutto su sè stessa, sull’immaginario fantasico che si era creata nei primi 5 anni di vita, idillio bruscamente interrotto dal trasferimento del padre in cina.

ritornata in giappone, più grande, più matura, più sciocca anche, ma capace di reggere, con spirito giapponese e cervello occidentale in questo mondo per un anno, passando dal the e dalle fotocopie alla pulizia dei bagni.

l’energia che ha focalizzato in questo anno l’ha portata all’ultimo giorno di lavoro, il 7 gennaio 1991. e poi:

Quelques jours plus tard, je retournai en Europe.
Le 14 janvier 1991, je commençai à écrire un manuscrit dont le titre était Hygiène de l’assassin.
Le 15 janvier était la date de l’ultimatum américain contre l’Irak. Le 17 janvier, ce fut la guerre. Le 18 janvier, à l’autre bout de la planète, Fubuki Mori eut trente ans.
Le temps, conformément à sa vieille habitude, passa.
En 1992, mon premier roman fut publié.
En 1993, je reçus une lettre de Tokyo.
Le texte en était ainsi libellé :
“Amélie-san,
Félicitations.
Mori Fubuki.”
Ce mot avait de quoi me faire plaisir. Mais il comportait un détail qui me ravit au plus haut point : il était écrit en japonais.

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L’argent, chez Yumimoto,dépassait l’entendement humain.

A partir d’une certaine accumulation de zéros, les montants quittaient le domaine des nombres

pour entrer dans celui de l’art abstrait.

Amélie Nothomb, Stupeur et tremblements

Vasilij Vasil'evič Kandinskij, schizzo per la composizione VII

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lo giuro, non lo faccio per avere un’impennata nei lettori e penso che l’immagine del Bernini vi rassicuri.

Gian Lorenzo Bernini, L'estasi di Santa Teresa, Roma, Santa Maria della Vittoria

 

ma l’articolo pubblicato dall’Internazionale merita.

Kama sutra senza peccato

di Hanif Kureishi

è in realtà un bella riflessione su regole, piacere, autorità e divertimento.

che cita Lady Chatterley, la cui lettura proibita dava più brividi per la priibizione in sè che per la scabrosità di certe scene (che ora, en passant, non ci fanno muovere un sopracciglio).

certo kureishi ci parla anche del Kama sutra

In realtà il Kama sutra di Vatsyayana è una raccolta di consigli sul comportamento sociale e romantico, compilata milleseicento anni fa e destinata ai giovani ricchi e mondani dell’epoca. Offre informazioni sull’igiene e sulle posizioni sessuali, spiega come non creare scompiglio negli harem, come trattare con le cortigiane, come comportarsi con le “mogli degli altri”. Sostiene che un gentiluomo dovrebbe tenersi alla larga dai lebbrosi, dalle donne maleodoranti e da chiunque abbia delle pustole bianche. È malizioso, divertente e sorprendente.

e ci parla, lo scrittore inglese, di Divieti e piacere,

era proprio il rapporto con il divieto che divertiva e intrigava Stendhal. Il divieto rende possibile il divertimento serio, proprio come le regole rendono possibile lo sport. Se spariscono l’autorità e i tabù, non aumenta il divertimento, aumenta il nulla, soprattutto perché tendiamo a trattarci più severamente di quanto facciano le autorità.

e da qui in poi si cita (si parla?) di Clinton e del rapporto Kinsey, di emma Bovary e di Baudelaire e anche de Il piacere dell’autoprivazione

Il ritorno del fondamentalismo religioso nelle sue tante forme si accompagna alla necessaria presenza del peccato, all’orrore del piacere e alla volontà di regolarlo severamente. Il fondamentalismo, e l’obbedienza che impone, è un tentativo di abolire i conflitti legati al piacere. Ma in un contesto simile, il piacere dell’autoprivazione – l’obbedienza religiosa, la dieta e altre forme di astinenza – può sostituire il godimento autentico. Il piacere sa essere opportunista: è un parassita che si attacca a qualunque cosa.

e da qui in poi Kureishi divide fra sesso, di cui abbiamo visto tutto, e più volte, e sessualità

solo i poeti e, a volte, i romanzieri riescono a mettere su carta la sensualità. Esprimere l’estasi, comunque, è difficilissimo. Bisogna ascoltare la musica soul, Billie Holiday, Marvin Gaye, Aretha Franklin o alcuni cantanti rnb per capire e sentire quanto il desiderio, il bisogno, la perdita e l’appagamento possono essere impeccabilmente intrecciati ed esercitare un effetto evidente sull’ascoltatore, facendogli venire voglia di piangere o di ballare.

cosa scegliamo, l’ardore pericoloso del piacere come confronti diretto o il bagliore del piacere kantianamente preso come via per l’illuminazione?

forse neanche Kureishi ha la risposta, ma un consiglio sicuramente

Ma scegliendo il bagliore invece del confronto, si perde la sostanza. Anche chi legge il Kama sutra è lontano dalla sostanza, e rischia di restarci. Quale che sia l’orizzonte verso cui volete guidare il vostro piacere, con una mappa sbagliata non arriverete mai a destinazione.

Khajuraho temple, India

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scriviamone. o meglio leggiamone ridendo, anche di lacrime. con un libro che ieri repubblica ha recensito col titolo Il romanzo del quarto potere.

e già recensito mesi orsono all’uscita americana da Janet Maslin del NY times, e che forse dovrei presentare con una certa titubanza, fosse anche solo per queste righe della giornalista americana

Mr. Rachman, a former journalist, knows and loves the myopia of his old profession, the gallows humor of its practitioners and the precariousness of the business to which they devote their lives. Armed with this knowledge and somehow free of the fashionable diffidence that too often plagues fiction about the workplace, he has written a rich, thrilling book that is both love letter to and epitaph for the newspaper world.

il libro in questione si intitola Gli imperfezionisti, scritto da Tom Rachman ed edito da Il Saggiatore (qui un estratto). e dovrò decidere se è un peana o un epitaffio alla professione che sto studiando. (se notate una punta di perplessità in questa frase vi assicuro che è tutta dopo il che)

e forse, in questo particola re periodo, fra un brand qui e una notizia lì, letture di giornali stomachevoli e altre amenità italiane mi resta solo una speranza.

che penso sarà vana, almeno a giudicare dalla fine della recensione di Repubblica…

un cartello sulla soglia della sua redazione americana a Roma:

«Lasciate ogni speranza o voi che uscite, fuori c’ è l’ Italia»

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oggi, per prima cosa, ho fatto gli auguri al mio gatto.

non perché sia il suo compleanno (il mio Toto è un trovatello arrivato da chissà dove in condizioni decisamente precarie ormai 6 anni fa), nè perché sia il suo onomastico (all’anagrafe fa Micio, grande slancio di fantasia dovuto al fatto che il padrone di casa, alias mio padre, aveva dichiarato “basta gatti in questo posto”, e quando ormai il pupo di 5 kg si era definitivamente installato sul divano di cambiargli nome non c’è stato verso, rispondeva solo a “micio”).

gli auguri non erano neanche dovuti alle sonore fusa che il suddetto faceva sulle mie ginocchia. è una cosa che si ripete ogni giorno, a mattina e a sera.

no. il punto è che oggi è la festa dei gatti. e ieri la stampa, oops, pardon, la Zampa, è uscita con un bell’articolo da tempo libero dal titolo Meglio un gatto del fidanzato.

parole sante, dicono le gattofile con o senza fidanzato.

ma adesso non stiamo a sciorinare i comuni mortali, il cui pensiero è sempre opinabile, ma tiriamo avanti con un paio di piccoli esempi non tanto da comuni mortali:

Colette, che diceva

a scegliere la compagnia di un gatto si corre solo il rischio di diventare più ricchi

a Doris Lessing, nota gattofila e scrittrice, di cui è uscito per Archinto un meraviglioso librettino, La vecchiaia di El magnifico.

altre citazioni? divertitevi (o stomacatevi se non sopportate i gatti) qui.

ma se siete lettori più sottili e volete qualcosa di più strutturato, senza però leggervi mattoni di etologia che leggerebbero solo i veterinari o gli psichiatri per animali, fate come me.

a Natale ho regalato a mio padre un saggio di Carl van Vechten, personaggio mica male, giornalista, scrittore, fotografo, patrono dell’Harlem Reinassance ed esecutore testamentario di Gertrude Stein. nel 1920 ha pubblicato un libro, Una tigre in casa, che è un vero e proprio saggio antropologico (o felinologico) sulla storia del gatto. o meglio sul gatto nella storia dell’uomo. il libro negli anni venti era un best seller, e in italia lo ha ripubblicato Elliot.

inutile dirvi che ho regalato il libro a papà unicamente per leggerlo io. questo sì che è amore filiale 😉

per la cronaca, questa è Sasha la gatta ufficiale di casa, che forse di uno psichiatra felino avrebbe pure bisogno...

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un tempo esisteva il femminismo. ma non tanto tempo fa, per intenderci. giusto quel tanto che basta per tornare indietro, allo status quo, “naturale” secondo alcuni, dell’androcentrismo della società.

parlo dell’italia, voi direte. e no, perché la scomparsa del femminismo – delle femministe? –  è altamente diffusa nel mondo occidentale. due esempi:

1) un’inchiesta di un giornale tedesco ha posto il problema delle “quote rosa in redazione”. è sì, perché anche i nostri cugini teutonici hanno qualche problema di par condicio a livello sessuale. la cosa che più mi stupisce é che, a parte un trafiletto su La Stampa, nessun’altro ne abbia parlato. nell’attesa di un inchiesta simile in italia io mi rivolgo all’eccellente Internazionale: traducetela e diffondetela voi, la lieta novella!

2)fresca fresca dal tuttolibri di ieri:  Giovanna Zucconi nella rubrica Che libro fa… parla di quote rosa nei giornali ANGLOAMERICANI e parla di un lato particolare dei giornali americani. le recensioni.

vittime eccellenti, benché inconsapevoli, oltre alla miriade di buone scrittrici e critiche letterarie americane, le più prestigiose testate letterarie angloamerticane:

«Il putiferio è scatenato dall’associazione Vida – Women in Literary Arts, che ha mostrato le percentuali di recensori donna e di libri scritti da donne recensiti dalla New York Times Book Review, dal Times Literary Supplement, da Harpers, dalla London Review of Books, eccetera. Per esempio, la New York Review of Books ha pubblicato 462 articoli di maschi contro 79 di femmine, e ha recensito 306 libri di maschi contro 59 di femmine. Mesta contabilità».

e la zucconi aggiunge carne al fuoco, una carne che oggi, domenica 13 febbraio, è particolarmente vissuta dalle donne italiane:

«Di questo passo, ci vorranno 500 anni per raggiungere la parità fra i sessi. Così nel trailer del film Miss Representation di Jennifer Siebel Newsom, visto e premiato al Sundance Festival: un documentario su come i media americani rappresentano le donne e il corpo delle donne».

non so voi, ma ecco cosa farò:

1) cercherò i dati della vida

2) cercherò tutti i bei libri delle scrittrici americane, e non, che ho letto negli ultimi anni (e qui sono fortunata, perché fra la munro, la oates, atwood, alcune scrittrici asiatiche  ecc ecc ne ho di materiale)

3) cercherò le newsletter del new york times book review che mi arrivano settimanalmente. (e di cui, mea culpa, leggo solo i libri che mi interessano e le recensioni della kakutani.)

4) proverò a NON fare mente locale sull’editoria femminile in italia… ci ho già dedicato una tesi di laurea, vorrei evitare di deprimermi dovendo allargare il campo alla genia delle case editrici tout-cout.

5) spererò che il documentario presentato al Sundance arrivi anche da noi.

chissà perché, ma temo che qui la situazione continuerà ad essere: bello e invisibile, per molto più di 500 anni.

 

 

ps: pregasi notare la perplessità di fianco all’immagine… e pazienza se  pioveranno gli insulti!

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